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Quantitative Easing: cosa e perché

Quantitative Easing è la parola del giorno. La Banca Centrale Europea acquisterà titoli di Stato per 60 miliardi di euro al mese da Marzo fino a Settembre 2016. I titoli acquistati apparterranno ai paesi aderenti all'Euro, in proporzione alla dimensione delle loro economie, quindi più titoli dei paesi con economie più grandi (Germania, Francia, Italia nell'ordine). I titoli saranno acquistati dalle banche centrali dei rispettivi paesi, quindi la Banca d'Italia comprerà i titoli italiani, con l'obiettivo di far sì che ogni stato rimanga responsabile del proprio debito pubblico. La fiducia è ancora merce preziosa all'interno dell'area dell'euro, tuttavia è stato annunciato che per un importo pari al 20% del valore totale degli acquisti i vari stati condivideranno il rischio di insolvenza, il rischio cioè che il paese che ha emesso i titoli (che quindi ha preso il denaro a prestito) non sia in grado di rimborsarli alla scadenza.

Ed il valore complessivo degli acquisti è in effetti una cifra di un certo valore: 1.140 miliardi di euro (circa 60 miliardi al mese per 19 mesi)!

In questo modo la Banca Centrale Europea di fatto crea nuova moneta, perché pagando i titoli che acquista immette nuovo denaro nell'economia. Come per ogni altro bene, se una maggior quantità ne diventa disponibile, il suo valore diminuisce. Quindi obiettivo della Banca Centrale Europea è di far aumentare l'inflazione (maggior denaro necessario per acquistare gli stessi beni, quindi diminuzione del valore del denaro).

Per quale motivo? Oggi l'inflazione in Italia è addirittura negativa, da dicembre '13 a dicembre '14 i prezzi sono scesi dello 0,1%, quindi un bene che un anno fa costava 1.000 euro oggi ne costa 999. Lo stesso accade in media nell'intera area dell'euro, con i prezzi che sono scesi dello 0,16% negli ultimi 12 mesi.

Obiettivo della BCE è portare l'inflazione al 2%: perché è così importante? Prezzi in diminuzione significano attività economica debole, stagnante, con un effetto psicologico negativo: se mi aspetto che i prezzi scendano ho un valido motivo per rimandare i miei acquisti, perché conto di spendere meno in futuro. Questo ad

esempio è quello che è accaduto in Giappone per molti anni, con prezzi che nel 2012 erano ancora più bassi di quanto fossero nel 1999 e certo non aiuta l'economia.

Valutiamo poi questa situazione in relazione a chi ha dei debiti o dei crediti. Chi trae beneficio dalla deflazione, il debitore o il creditore? Certamente il creditore, perché il denaro che riceverà in futuro come rimborso del prestito che ha fatto varrà di più di adesso. Qui veniamo proprio al secondo aspetto critico di una situazione di deflazione: i debitori in genere ed i grandi debitori in particolare, che sono gli stati, soffrono parecchio, perché il peso del loro debito, anche se non cambia in valore nominale, aumenta in termini reali.

Il debito pubblico italiano è pari a 2.134 miliardi di euro (al 30 settembre scorso): in questa situazione una deflazione anche solo dello 0,1% annuo equivale a 2,1 miliardi di euro di maggior peso reale del debito in 12 mesi. Mettiamo che il Governo volesse vendere beni pari al valore del debito, per ripagarlo completamente, da un anno all'altro dovrebbe vendere il controvalore di 2,1 miliardi di euro di beni in più, non poco!

Poiche poi per valutare il peso del debito lo si rapporta con la dimensione dell'economia chiamata a ripagarlo, se alla deflazione si accompagna una recessione (diminuzione dell'attività economica complessiva: meno beni acquistati e prodotti, meno servizi erogati, meno investimenti effettuati), ecco che il peso del debito aumenta ancor di più, anche se il suo valore monetario non cambia.

 

Facciamo un esempio:

Deflazione annua: 0,2%

Crescita economica: -1%

Debito Pubblico: invariato

 

Valori al 30/9/2014 Dopo un anno
Prodotto Interno Lordo 1.619 miliardi di euro 1.603 miliardi di euro
Debito Pubblico 2.134 miliardi di euro 2.134 miliardi di euro
Rapporto Debito PIL 131,8% 133,1%
Peso a parità di potere di acquisto 133,4%

 

Il valore nominale del debito è rimasto immutato, ma il suo peso reale rispetto al valore dell'economia, è salito del 2,6%. Ci si può chiedere, ma è tanto importante questo 2,6% in più? Vediamo subito: diciamo che al termine dei 12 mesi di cui alla nostra tabella il Governo si proponesse di tenere il debito sotto controllo e quindi di riportare il rapporto sul PIL al 131,8% di un anno prima. In questo caso avrebbe bisogno di ridurre il debito di ben 34,1 miliardi di euro, cosa chiaramente estremamente ardua, a meno di drastici aumenti di tasse, tagli dei servizi, vendita di beni pubblici e così via, tutte cose che ben conosciamo.

L'effetto sintetizzato nella tabella è proprio quello che temono tutti i grandi investitori internazionali, benché l'Italia abbia certamente i mezzi per ripagare il proprio

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debito. Mancata crescita e deflazione possono diventare una pericolosa spirale negativa.